James Franco: «Sono stato un cattivo ragazzo»

Lo racconta in un film che ha portato a Venezia, e in questa intervista. Alla nostra festa, invece, è stato uno zuccherino


Milano, 24 giugno

James Franco aspetta l'inizio dell'intervista seduto su un divano della terrazza di un hotel. Ha appena finito di posare per le fotografie di questo servizio e, a dispetto dei 35 gradi, indossa ancora un cappotto di lana. «Può toglierlo se vuole», gli diciamo. Lui, per tutta risposta, si alza ancora di più il bavero: «Sto bene così».

Venezia, 1 settembre

James Franco chiacchiera loquace, elargisce sorrisi e pacche sulle spalle, si fa autoscatti al telefonino con colleghi e sconosciuti. È praticamente solare. E non è perché i due film che ha portato alla Mostra del Cinema sono stati ben accolti, e non è perché siamo alla festa per i 10 anni diVanity Fair dove è stato appena premiato: parliamo di un signore candidato all’Oscar, che non ha esattamente bisogno di conferme. Semplicemente, James Franco è un enigma difficilmente incasellabile. A partire da quel cognome che farebbe supporre origini italiane o spagnole e invece è l’eredità di una famiglia-puzzle con l’amore per l’arte come sola patria comune: padre nato da un portoghese di Madeira e una svedese scrittrice per ragazzi, madre ­erede di galleristi ebrei russi. (...)

Ama i progetti «impegnati» – attore, regista, produttore e sceneggiatore di film difficili, scrittore di romanzi oscuri, critico cinematografico, pittore, fotografo, scultore, plurilaureato professore universitario, attivista per i diritti civili – ma non si vergogna di finanziarli con filmoni hollywoodiani (il più recente è Il grande e potente Oz) e li alterna, imprevedibilmente, a ruoli comici, comparsate goliardiche nelle soap opera del pomeriggio, contratti da testimonial del lusso: tra poco condurrà persino un programmaTv, James Franco Presents. E chi è infastidito da tanto ubiquo attivismo si metta il cuore in pace: il ragazzo ha 35 anni, è solo all'inizio.

Dove trova il tempo e il coraggio di mettersi continuamente in gioco su una, cento, mille piattaforme? A parte il fatto che si deve trattare di uno di quei fortunati mortali capaci di raddoppiare a 48 le ore di una giornata, James ha capito che nella vita è meglio parlare poco e fare molto. Soprattutto, ha deciso di non consentire alla sua professione principale, quella di attore, di fregarlo. «Quando mi limitavo a recitare, ero sempre sotto pressione e rendevo la vita difficile a me e a chi mi stava di fianco: ora ho più responsabilità, ma mi sento anche più leggero, più libero», ci dice a Venezia alla festa dei nostri dieci anni. Dove, proprio per questo suo talento poliedrico da moderno «uomo rinascimentale» in salsa holly­woodiana, noi di Vanity Fair – che abbiamo debuttato in edicola nel 2003 mentre lui, dopo l’uscita di Spider-Man, si godeva la sua prima fama – lo abbiamo voluto celebrare.

Del resto, era impossibile non notarlo, quest’anno, in laguna (...). C'erano due film di quelli che non passano inosservati. In concorso Child Of God, da lui molto ben diretto e interpretato dal bravissimo (e coraggioso) Scott Haze, tratto da un assai duro romanzo di Cormac McCarthy, e non a caso tuttora privo di un distributore italiano: per dire, inizia con la soggettiva dell’orifizio anale del protagonista, da cui fuoriescono le feci, in seguito «pulite» con l’aiuto di un pezzo di legno raccolto nel bosco (...). Nella sezione Orizzonti, invece, Palo Alto, diretto da Gian-Carla «Gia» Coppola (..). Palo Alto, epicentro della Silicon Valley californiana, è la città dove James è cresciuto. Di qua dall’autostrada – dove Franco Senior, ingegnere Ibm, aveva casa – i ricchi della New Economy, di là il ghetto nero che all’epoca della sua adolescenza «vantava» il più alto tasso di omicidi nel Paese. Il film, come il romanzo, è il racconto della noia e delle incertezze esistenziali di un gruppo di adolescenti, sullo sfondo di questi contrasti. Una piuttosto autobiografica «gioventù bruciata».


La recitazione era già allora la sua passione?

«Sì, ma a Palo Alto non sembrava un sogno realizzabile. Ero convinto, piuttosto, di poter diventare scrittore o pittore. Poi sono andato a Los Angeles per studiare letteratura all’università, e lì, vedendo tanta gente che lavorava nel mondo del cinema, ho deciso di provarci sul serio anche io. Ho interrotto gli studi, mi sono ­iscritto a diversi corsi di recitazione e pian piano, grazie al mio impegno, ho iniziato a lavorare. Finché otto anni dopo ho deciso che volevo di più, che mi mancava la scrittura, e ho ripreso l’università».

Sembra che riesca in qualsiasi cosa si mette in testa di fare.

«Magari. All’inizio è capitato anche a me, ai provini, di vedermi sbattere la porta in faccia. Ero frustrato, arrabbiato. Oggi ­invece so che, se anche da ora in avanti tutto andasse storto, non potrei lamentarmi. Ho già avuto fin troppe opportunità, fin troppa fortuna». (...)

A scuola, prima di iniziare a recitare, come era?

«Un bravissimo studente».

Ma non esattamente un bravissimo ragazzo. Sbaglio o una volta finì nei guai – lei che oggi è testimonial del nuovo profumo Gucci Made to Measure – per aver rubato flaconi di profumo in un grande magazzino?

«Avevo 13 anni e non lo facevo certo per soldi: rubare era una cosa proibita, e quindi eccitante. Guardi che non c’è contraddizione tra l’essere un ottimo studente e uno che combina casini, anzi. I miei genitori sono persone molto in gamba, hanno sempre incoraggiato noi fratelli a fare bene a scuola, e io non li ho mai delusi. Ma c’è stato un periodo in cui, proprio perché mi impegnavo tanto a studiare, fuori avevo bisogno di sfogarmi, di fare cose estreme. Per questo finivo spesso nei guai».

L'intervista completa sul numero 36 di Vanity Fair in edicola dal 4 settembreLEGGI ANCHE

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